Ludwig Mies van der Rohe

Ludwig Mies van der Rohe

Dio è nei dettagli.”

Mies è stato uno degli architetti più influenti del XX secolo, maestro del Movimento Moderno che abbiamo iniziato a vedere settimana scorsa e pioniere di un’architettura d’avanguardia che considera la forma come il risultato finale di un processo costruttivo. Come se non bastasse questa premessa, è stato anche fonte di ispirazione per tutte le generazioni di architetti che gli sono succedute, comprese quelle contemporanee.

Nato ad Aachen, in Germania, nel 1886 con il nome Maria Ludwig Michael Mies è figlio di uno scalpellino e lavora nella cava di famiglia per diversi anni, acquisendo già in gioventù una profonda conoscenza dei materiali e delle loro possibilità compositive. Tra il 1903 e il 1904, ha occasione di divenire collaboratore di Max Fisher, per il quale si occupa di decorazioni a stucco e, tra il 1905 e il 1907, trasferitosi a Berlino, diventa disegnatore di mobili presso Bruno Paul. Dal 1906 al 1908 frequenta contemporaneamente due accademie di belle arti e l’anno seguente ottiene un incarico nello studio di uno dei più importanti architetti dell’epoca, Peter Beherens, con cui rimane fino all’apertura del proprio ufficio avvenuta nel 1912. Leggenda narra che ottenne questo lavoro dopo aver elaborato, in una sola ora, il disegno di una facciata che il suo capo stava cercando di risolvere da settimane.

All’età di trent’anni, pensando che le sue umili origini avrebbero potuto ostacolare la sua carriera, cambia il suo nome per renderlo più aristocratico: al suo cognome “Mies”, aggiunge quello di sua madre “Rohe” e inventa totalmente il “van der” tra di essi.

Nel 1922, Mies aderisce al Novembergruppe, associazione di artisti costituitasi in Germania nel 1918 nell’ambito del movimento espressionista, con lo scopo di dare vita a un’arte rispondente alle esigenze di vita e di lavoro del popolo oltre che schierarsi contro la tendenza dominante nell’architettura pubblica tedesca dell’epoca che proponeva solo edifici ispirati a stili storici. A questo periodo, risalgono le prime riflessioni sull’uso del vetro per la costruzione di volumi rarefatti e all’apparenza leggeri, che poi diventerà soluzione prediletta di Mies van der Rohe: il progetto non realizzato per un grattacielo in Friedrichstrasse, a Berlino (1921), e, l’anno seguente, quello per una torre completamente trasparente.

La famosissima frase “Less is More” è una delle più rappresentative del pensiero e delle idee architettoniche di Mies, ma tutti sanno che non fu una sua invenzione, solo la rese totalmente sua con il passare del tempo. Conosciamo bene questa filosofia nel 1929, quando l’architetto costruisce il celeberrimo Padiglione tedesco all’Esposizione Universale di Barcellona, sintesi di una lunga ricerca sull’abitazione moderna, sulla composizione architettonica e sulle tecniche costruttive. La base di tutto il progetto ruota attorno alla pianta libera, ovvero una planimetria aperta rettangolare che facilita la transizione tra interno ed esterno, ma permette anche totale fluidità nel movimento interno, possibile grazie all’uso di strutture in acciaio indipendenti dai tramezzi e agli emblematici pilastri a croce in acciaio cromato. Tra i due piani orizzontali in travertino (base e soffitto), il nucleo era costituito dal cosiddetto “curtain wall”, ovvero pareti non portanti a facciata continua in marmo di Vert, onice color miele e vetro grigio, che sembravano terminare l’una dietro l’altra. Il basamento del padiglione era concepito per rievocare l’immagine del tempio romano sviluppato in un podio orizzontale, con il tetto piano, sorretto da otto pilastri. All’interno, storicamente, erano previsti solo due oggetti d’arredamento, ovvero le poltrone Barcelona di Mies, da adibire a troni per il Re e la Regina di Spagna, realizzate in metallo con cuscini in capretto bianco e velluto pesante. Il Padiglione venne smembrato nel gennaio del 1930, alla fine dell’Esposizione, con lo scopo di riutilizzare parte degli elementi per future costruzioni in Germania. Nel 1980 però, il consiglio cittadino di Barcellona, lavorò per farlo ricostruire. Venne riedificato da un gruppo di architetti spagnoli tra il 1983 e il 1986, a seguito di uno studio meticoloso tra foto e materiali.

Negli stessi anni, Mies viene incaricato per la costruzione della Villa Tugendhat di Brno, in Repubblica Ceca, oggi parte del patrimonio culturale mondiale dell’UNESCO dal 2001. L’edificio è distribuito su tre piani, con la vista sul centro storico della città ed è sostenuto da una struttura metallica costituita da pilastri cruciformi portanti, arretrati rispetto al perimetro della casa. L’accesso alla villa si trova al piano superiore, a livello stradale ed è unico sia per la famiglia, sia per gli ospiti, ma Mies riesce a garantire la privacy attraverso un corridoio che risulta separato dall’ingresso, pur restandone in comunicazione tramite le porte e va a creare qui le cinque camere da letto e i tre bagni. Dall’ingresso comune una scala a chiocciola porta al primo piano sotto al livello stradale, dove la vista che si presenta è l’apoteosi del concetto di open space di Mies: tutto il piano è, infatti, sviluppato in un unico volume il quale è magistralmente diviso in alcuni spazi legati l’uno all’altro senza soluzione di continuità. Le quattro aree funzionali della stanza possono essere separate l’una dall’altra per mezzo di tende in shantung nero e beige da dispiegare all’occasione. Una parete di onice separa la zona lettura e biblioteca dalla zona lavoro con tavolo e sedie. Il piano inferiore, infine, è tendenzialmente dedicato ai macchinari e alla servitù. L’interno dell’intera villa è arredato da oggetti singolari progettati e collocati nel luogo dallo stesso architetto, il quale ha curato moltissimo i dettagli, in particolare le famose poltrone del soggiorno. Purtroppo tutto l’arredo originale è andato perduto, derubato durante la Seconda Guerra Mondiale, e oggi gli arredi sono stati ricostruiti dalle stesse ditte che ne costruirono gli originali negli anni Trenta, basandosi sulle foto reperto, come anche le vetrate innovative a tutta altezza studiate dall’architetto, perdute a causa dei raid aerei dell’epoca.

Tra il 1930 e il 1933 Mies è chiamato, in sostituzione di Walter Gropius, a dirigere la scuola del Bauhaus fino alla sua definitiva chiusura. Costretto a lasciare la Germania in favore degli Stati Uniti, si trasferisce definitivamente nel 1938, quando diviene direttore della scuola di architettura dell’Illinois Institute of Technology, di cui riprogetta il campus nel 1950: abbracciando la griglia stradale rettilinea di Chicago, progetta due gruppi di edifici simmetricamente equilibrati con un masterplan enorme e che diventa oggi la più grande concentrazione di edifici progettati da Mies al mondo. In netto contrasto con i campus patrizi del passato, l’architetto crea strutture in acciaio e cemento, con facciate continue di mattoni e vetro, nuovo standard estetico per l’architettura moderna e riflesso dell’attenzione tecnologica della scuola.

Nel 1945 Mies van der Rohe realizza una delle sue opere più rappresentative, simbolo ancora oggi del suo approccio progettuale: Casa Farnsworth. Nata come residenza per il weekend della dottoressa Edith Farnsworth, personalità colta e influente di Chicago, è ancora oggi acclamata dagli architetti come icona della modernità e del minimalismo, ma è stata anche molto criticata perché con le sue pareti completamente vetrate è un attacco alla privacy che la casa tradizionale proteggeva. La casa si presenta come un podio, con tre lastre rettangolari orizzontali di travertino che paiono fluttuare ad un metro e mezzo da terra, dove si trova un blocco di vetro, ovvero l’abitazione vera e propria, sorretto solo da 8 colonne in acciaio. All’interno la vista sul verde circostante è totale, permettendo quindi un vero rapporto con l’esterno e il solo elemento schermante è una seta shantung naturale, di colore bianco. Il blocco dei servizi è più o meno centrale, nasconde i bagni ed è costruito totalmente in legno. Il piano terra è rialzato da terra per evitare che fosse soggetto ad inondazioni, ma nonostante questa accortezza dell’architetto, nel corso degli anni si è allagata varie volte, soprattutto nel maggio 2020, infatti oggi si sta ancora elaborando una strategia per mettere in salvo il capolavoro di Ludwig Mies van der Rohe.

Dal 1954 al 1958 Mies è incaricato di costruire un grattacielo a Park Avenue, a New York, costato alla fine ben 41 milioni di dollari e diventato uno dei più costosi dell’epoca: il Seagram Building. L’architetto voleva, come sempre, mantenere la struttura portante in acciaio a vista, ma a causa dei rigidi regolamenti antincendio dovette ricoprirli di materiale ignifugo e quindi decise di utilizzare travi non strutturali color bronzo visibili dall’esterno puramente per estetica. Inoltre Mies trova una soluzione urbanistica davvero innovativa per il tempo: arretra il grattacielo rispetto al filo della strada e progetta una piazza che mette in risalto l’edificio, oltre che creare un forte rapporto con la città.

L’ultima grande opera architettonica di Mies segna però il suo ritorno in patria, è nel 1962, infatti, che l’architetto avvia il progetto della Neue Nationalgalerie di Berlino che lo vedrà impegnato fino a pochi mesi prima della sua scomparsa nel 1968. Si tratta di un’enorme aula di metallo e vetro immaginata per raccogliere opere d’arte del XX secolo, sostenuta da soli otto pilastri su cui poggia la piastra orizzontale che ne definisce la copertura. Il piano superiore, visibile dalla strada è caratterizzato da una sola vetrata ed è destinato alle esposizioni temporanee, quello inferiore, invece, è per il museo vero e proprio ed è tutto interrato ma con un affaccio completamente vetrato sul giardino delle sculture, racchiuso da un alto muro di contenimento. Questo progetto rappresenta l’apoteosi della ricerca di Mies nell’ambito delle strutture a grande luce per la creazione di spazi ampi e non compartimentati.

Non sono certo solo queste le opere realizzate da Mies van der Rohe, come dimenticare il progetto urbano di Lafayette Park di Detroit (1955), i Lake Shore Drive Buildings Apartments di Chicago (1948 – 1951) e il Toronto-Dominion Centre (1967-1991) concluso postumo. Mies ha fatto la storia della modernità e ancora oggi è icona di un’architettura innovativa, tutta da studiare e da cui prendere ispirazione ogni giorno.

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