ArchiTravel – Gio Ponti a Milano (Parte 2)

ArchiTravel – Gio Ponti a Milano (Parte 2)

Quinto capitolo di una guida per architetti e designers che non vogliono perdere l’occasione di visitare le migliori architetture nel mondo.

Riprendiamo il tour, lasciato a metà settimana scorsa, delle architetture realizzate dal grande architetto Gio Ponti nella città di Milano. Ti sei perso la prima parte? Scoprila subito qui.

Eravamo rimasti al punto 10 della mappa, leggermente fuori dal centro, e possiamo decidere di dedicare questa seconda parte della visita in un secondo giorno, oppure unirla alla parte 1 facendo un’intera giornata a camminare e fotografare le realizzazioni meneghine dell’architetto Ponti. A te la scelta, la sofferenza ai piedi è soggettiva!

Arrivando alla stazione Missori della linea gialla della metropolitana, scendiamo lungo Corso Italia fino al civico 9, dove troviamo Casa Sissa (1934-1936). Classificata come casa di lusso, offre rivestimenti in marmo sia in facciata, sia negli interni, oltre a meravigliosi pavimenti in parquet di noce. Si sviluppa per cinque piani fuori terra che si rivolgono sulla via principale in modo semplice, quasi silenzioso, se non per i lunghi balconi che spaccano la linearità. Qui vi si trovano le zone giorno, caratterizzate da un unico grande ambiente (soggiorno, studio e sala da pranzo) separato attraverso serramenti e vetrine opportunamente studiati. In cima all’edificio si trova una grande terrazza con solarium, leggermente arretrato rispetto al resto dell’edificio.

Superando la Torre Velasca (che abbiamo già visitato in questo ArchiTravel), andiamo in Via Pantano, 9 a vedere Palazzo Assolombarda (1960). La sede di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza è un palazzo per il lavoro, un edificio dalle linee essenziali e funzionali che riflette i caratteri di sobrietà e concretezza tipici dell’imprenditorialità lombarda. Nonostante sia un lotto di terreno relativamente piccolo, Ponti è riuscito a dare importanza all’architettura con un edificio di sette piani fuori terra e altri due interrati dove si trova un auditorium di oltre 500 posti. Si è potuto visitare l’interno dell’edificio su appuntamento in alcune occasioni passate, come la Design Week, e speriamo di poterlo ancora fare in un futuro non troppo lontano.

Rimanendo sempre in zona, ci spostiamo verso Palazzo RAS (1962), in Via Santa Sofia, 18. Questo complesso comprende un edificio destinato ad uffici, uno residenziale e un giardino. In questo caso il progetto di Ponti si è perso dopo le varie ristrutturazioni, specialmente dopo quella attuata da Allianz: sono state eliminate le pareti interne mobili e intercambiabili, ma anche i pavimenti e i soffitti. Inoltre la facciata disegnata dall’architetto prevedeva l’utilizzo di una ceramica riflettente e non il granito rosso che vediamo oggi.

Prendendo la metropolitana dalla fermata Crocetta, scendiamo, dopo il cambio con la linea rossa, a San Babila e si stagliano subito di fronte a noi i Palazzi San Babila (1938-1946) progettati da Ponti, Fornaroli e Soncini con la collaborazione di Casalis e De Min. Data la forma eterogenea della piazza, gli architetti hanno voluto dare al palazzo un aspetto unitario, verticale e calmo nelle forme. Le facciate sono in pietra per i primi piani, con zoccoli in marmo e mosaici gialli per le superfici dal terzo all’ultimo piano. Le finestre più grandi, dedicate alle doppie altezze degli appartamenti duplex, sono incorniciate in marmo per attirare subito lo sguardo. Al piano terra e al piano ammezzato si trovano i negozi, dal primo al terzo piano ci sono gli uffici e al piano quarto quelli di rappresentanza, dal quinto si posizionano poi le abitazioni.

Sul retro di San Babila, all’angolo tra Corso Giacomo Matteotti e Via S. Pietro All’Orto, troviamo Palazzo Ferrania (1936-1942). Nel progettare questo palazzo, Ponti cura ogni minimo dettaglio, dalle lampade del portico all’androne con le porte in cristallo, agli ascensori, fino all’arredamento degli uffici. Il piano terra è dedicato ai negozi, mentre la parte superiore è per uffici. La facciata è in marmo di Musso levigato, senza tramezze a sottolineare le differenti destinazioni d’uso come solito fare da Ponti. Il motivo? Vuole lasciare assoluta libertà di suddivisione.

foto @Maurizio Montagna

Prendiamo nuovamente la linea rossa e scendiamo a Porta Venezia per andare a visitare Palazzo e Torre Rasini (1932-1935), ovvero l’ultimo lavoro del sodalizio tra Ponti e Lancia. L’edificio presenta due corpi autonomi, ma integrati architettonicamente che presentano anche evidenti differenze di altezza. L’edificio più basso, che rappresenta lo stile razionalista di Ponti, è su sei piani, all’angolo dei due assi stradali, squadrato e con una facciata bianca in marmo. La torre, di chiara ispirazione dell’architetto Lancia e affacciata ai bastioni e sui giardini pubblici, è intrisa di richiami stilistici degli anni Venti come il volume semi-cilindrico nella testata, il mattone in facciata e le terrazze e i giardini pensili.

Raggiungiamo i due Palazzi Montecatini (1936-1951), attraversando i Giardini Pubblici Indro Montanelli, uno di fronte all’altro in Largo Guido Donegani. Il primo edificio, su un terreno trapezoidale, si sviluppa in tre corpi di fabbrica di varia altezza, che disegnano una H arretrata rispetto a via Moscova per consentire l’inserimento di uno spazio utilizzato come parcheggio. Il secondo palazzo, costruito a quindici anni di distanza dal primo, ne riprende alcuni principi compositivi, ma viene rivestito con marmo Apuano e materiali che lo fanno apparire più ricco e lussuoso. Anche qui un elemento alto collega due corpi più bassi, arretrando rispetto alla strada e andando a formare, stavolta, una piccola piazza, che introduce a una galleria pubblica in cui vengono esposti i prodotti della Montecatini. Questo complesso viene però chiuso da un quarto braccio in modo da creare una corte interna. Gli interni di entrambi i palazzi sono fatti su misura in base al dimensionamento minimo dell’unità di lavoro: un’analisi che tiene conto di scrivanie per quattro impiegati e dei loro collegamenti con le condotte energetiche ed impiantistiche, che includono le dotazioni d’avanguardia (come la climatizzazione, la centrale telefonica o la posta pneumatica) che ne faranno un emblema della modernità milanese.

In pochi minuti di camminata arriviamo a Casa Piazzoli (1939-1940) in via Appiani, 19, definita casa di lusso dallo stesso Ponti grazie alle migliorie attuate dopo il progetto iniziale, ovvero la variante da un semplice tetto ad una terrazza. L’edificio si sviluppa su sei piani fuori terra, di cui gli ultimi due arretrati, con muri perimetrali in mattoni, solai in cemento armato e laterizi e rivestimento della facciata verso la strada in pietra. Qui si trovano molti degli elementi ormai famosi che abbiamo visto nei suoi edifici milanesi, come i lunghi balconi in facciata e l’alternanza nelle forme delle finestre. Hai notato questi dettagli?

Con una comodissima fermata della linea gialla, da Milano Repubblica scendiamo a Milano Centrale e ci voltiamo subito a guardare uno dei più famosi ed emblematici progetti di Ponti: il Grattacielo Pirelli (1952-1961). L’edificio sorge su un basamento che ricopre l’intera superficie del lotto a disposizione, in cui sono ospitati sia i piani tecnici sia il suggestivo auditorium, ed elabora in chiave strutturale la predilezione di Ponti per la forma diamantata. La sua forma essenziale, percepibile anche dall’interno, corrisponde all’asciuttezza della sua struttura portante. Il volume si innalza fino a 127 metri da terra, al tempo della sua costruzione uno dei grattacieli più alti d’Europa, e questo sviluppo verticale sottolinea il vuoto circostante nonostante siano presenti due corpi bassi che affiancano la torre: uno frontale, sorta di piazzale sopraelevato per l’ingresso di rappresentanza, e uno posteriore. In copertura, oltre una terrazza panoramica, si libra nel cielo una veletta sospesa che lascia a vista la conclusione dell’ossatura portante, ma questo dettaglio discosta dal progetto originale dell’architetto. L’interno, invece, segue il disegno di Ponti ed è organizzato su un modulo da 95 cm, origine di una maglia quadrata che distribuisce le pareti mobili, consentendo la definizione elastica degli ambienti.

Rimanendo alla sinistra della Stazione Centrale, in via Lunigiana, 14, c’è Casa Melandri (1957) dove Ponti ha potuto giocare con alcuni dei suoi elementi architettonici preferiti: forme a diamante, contrasto dei volumi pieni e sporgenti sui vuoti delle finestre e, molto importante, i materiali da lui più amati, come l’alluminio argento e la ceramica a diamante di colore grigio. All’interno è caratteristica la scala che per cinque piani appare come un caleidoscopio di colori tra pareti, gradini e porte.

Tornando indietro e superando la stazione, ma questa volta sulla destra, andiamo verso Palazzo Montedoria (1964-1970), proprio accanto alla fermata Caiazzo della metropolitana. La prima proposta di Ponti prevedeva due blocchi di differenti altezze come Palazzo e Torre Rasini, ma, per un divieto di sviluppo in altezza dato dal regolamento comunale, la realizzazione vede un unico corpo di fabbrica articolato in due bracci disposti ai lati del lotto triangolare in primo piano. Le facciate lunghe sono caratterizzate da un gioco di sporgenze e rientranze, mentre la facciata corta presenta un linguaggio diverso, incentrato sull’uso di vetrate a tutta altezza che, svuotando il fronte, gli conferiscono notevole leggerezza visiva.

Prendendo la linea verde fino a Piola, andiamo a vedere la Chiesa di San Luca Evangelista (1955-1961). Il fronte d’ingresso, protetto da un poderoso aggetto della copertura e delle pareti laterali, è leggermente inclinato verso l’interno ed è rivestito da piastrelle in ceramica grigia, ora a punta di diamante e ora piatte. Lo spazio liturgico interno è concentrato in una navata centrale con tetto a capanna e struttura portante a vista. L’intradosso delle falde, dipinto di blu, contrasta con il bianco candido delle pareti.

In Città Studi, per l’università, Ponti ha progettato l’Edificio Trifoglio (1953-1961) rimasto incompiuto. Venne concepito dai suoi progettisti come “edificio insegnante” in cui mettere in opera, in una sorta di campionario dell’edilizia moderna, tutti i tipi possibili di strutture, materiali, finiture, serramenti, arredi e di impianti che gli studenti avrebbero dunque potuto conoscere dal vero. L’ingresso si trova ad una quota differente rispetto a quella stradale ed è raggiungibile da una breve scalinata preceduta da un portico. Dall’atrio partono le scale e i percorsi che conducono alle aule, ospitate ai piani superiori, mentre gran parte del livello d’ingresso è occupato dai locali della biblioteca.

Ultima tappa di questo lungo, ma interessantissimo tour è Casa Marmont (1934-1936) in Via Gustavo Modena, 36. L’edificio presenta pianta a L e corpi di diversa altezza con fronti aperte su più lati. Ha una struttura mista in cemento armato e mattoni pieni, con facciate in cui lo zoccolo è in travertino e le pareti in intonaco Terranova rosso. Ha in totale otto piani, di cui il seminterrato è destinato in parte ai locali cantina e in parte ad uno studio di cinque locali, mentre gli ultimi due piani sono risolti come un’unica villa a terrazze. La dimostrazione di una “edilizia cittadina felice”, ovvero pensata e dettagliata, come la definiva il grande architetto.

Ti è piaciuto questo viaggio architettonico? Come già ti ho indicato nel primo articolo, salvati questa pagina nei preferiti e riaprila a fine lockdown per tornare a viaggiare come una volta.

No Comments
Leave a Reply